30 novembre 2005

Riflessioni a caldo

Eravamo in tante, dicevo, e la mia sensazione è che questa assemblea sia servita più che altro per verificare se c'eravamo, far rinascere legami e sostegno reciproco a tante donne. In realtà l'assemblea ha anche deciso uan cosa importante, cioè di far proseguire questa mobilitazione con un'altra assemblea il 18 dicembre, sempre in Camera del Lavoro, e organizzare una grande (speriamo) manifestazione nazionale il 14 gennaio (la proposta iniziale di Susanna Camusso era quella del 6 gennaio, che a me sarebbe piaciuta anche di più) a Milano. Una manifestazione a cui a me piacerebbe partecipare non come "sciolta", per una volta, ma sotto lo striscione di Zia Rebecca.
A mio avviso, nonostante alcune l'abbiano ricordata come una "buona battaglia", il rischio che dobbiamo scongiurare è che questa "controcampagna" finisca come la campagna per il referendum contro la legge 40/2004. In quel caso, abbiamo avuto forse il torto di voler lasciare in mano ai politici istituzionali, vale a dire partitici, una battaglia che avrebbe dovuto essere innanzitutto nostra. Il risutato è stata una scarsa visibilità delle donne, che hanno lavorato a quella ampagna in maniera granata e poco incisiva, a fronte di un generale disimpegno, o scarso impegno, da parte dei "leader" maschi, più interessati alle questioi finanziarie che al corpo delle donne.
Per questo motivo credo che un incontro come quello di ieri sera a Milano possa essere utilissimo ma solo un primo passo nella giusta direzione. Che poi è quella di far ridiventare le donne soggetto politico in quanto tali e in mnaiera indipendente dal "protagonismo" di poche. In altre parole, di lavorare sulla presenza diffusa di una moltitudine di donne in tutti gli ambiti della società. Questo comporta anche la necessità di praticare un modo diverso di fare politica, fuori dalle sedi partitiche e istituzionali. Portare quindi la politica delle donne nella vita quitidiana ("il privato è politico", si diceva un tempo).
Ricostruire quindi reti di donne che attraversino il paese ma anche la società e le culture, riannodare i fili sfrangiati del tessuto della politica femminile.
In questo, Internet può essere un validissimo strumento di interconnessione. Ma soprattutto noi che agiamo su questo strumento (con blog, mailing list, siti, forum di discussione e quant'altro) dobbiamo evitare di rinchiuderci in esso e di penare al web come contenitore del mondo. Viceversa, la pratica su Internet non può essere disgiunta al mondo, dalla real life; la rete può avere un peso solo e nella misura in cui è uno strumento per creare movimenti e occasioni di apertura al mondo e di azione concreta.

Eravamo tante

Ma chissà se saremo abbastanza?

Assemblea donne


Assemblea donne

24 novembre 2005

Assemblea sulla 194 a Milano

Su iniziativa di della giornalista Assunta Sarlo e grazie anche all'interessamento di Susanna Camusso, segretaria della CGIL Lombardia, le donne di Milano sono invitate martedì sera all'assemblea sui recenti attacchi alla legge 194/1978 che si svolgerà presso la Camera del lavoro di Milano.
Tema: la legge 194 del 1978
Le pagine dei giornali l'agenda politica, ci rimandano in questi giorni l'immagine guerresca per toni e sostanza di un nuovo attacco forte, dopo la fecondazione assistita e il blocco della Ru486, a una cosa cui tutte siamo affezionate: la nostra libertà di scelta, anche laddove - come nel caso dell'aborto- sia, come sappiamo, dolorosa e difficile.
Camera del Lavoro di Milano
Corso di Porta Vittoria 43
Ore 21,00.
Io ci sarò.

Per piccina che tu sia – 1

Le mie viecende personali di questi ultimi mesi (che almeno qui vi risparmio) mi hanno portata a Meditare molto sul rapporto tra donna e casa. Il fatto è che per anni mi sono cullata nell'illusione che per me la parola "casa" significasse solo quel posto dove vado a dormire e a mangiare. Il risveglio è stato quantomeno brusco, ma ha illuminato un lato di me stessa che non avevo ancora scoperto. Intendiamoci, non sarò mai una domestic goddess, una regina della casa (formato *.doc, scrolla fino alla terza canzone) che vive solo per il pavimento più lucido e per "lui", né credo che assumere tale forma sia cosa buona e giusta.


La regina della casa

Però ho scoperto l'innegabilità e ineluttabilità di un legame peculiare tra le donne e il luogo che abitano. Si tratta di un legame atavico, probabilmente, ma che nessuna dose di ideologia riesce a smontare. E probabilmente non deve smontarlo perché si tratta di un legame ancorante la differenza di genere, viceversa sarebbe interessante sapere se alcuna ci ha ragionato sopra. Intendo dire, a parte Virginia Wolf e la sua idea della stanza tutta per sé.
La casa è per noi un metaluogo astratto, sede di una serie di aspirazioni ed esigenze, collettore di un'aspirazione all'indipendenza che prescinde dalla sua fisicità eppure ne discende. (Suona fico, eh! Tranquille, adesso traduco.)
La casa rappresenta per la donna media il luogo dell'affermazione della sua personalità e individualità. Il momento di prendere casa da sola, che avvenga nella tarda adolescenza in un appartamento condiviso con altri studenti, che avvenga nella migliore tradizione al momento del matrimonio, è comunque il punto cruciale e di arrivo del processo di affrancamento dalle tutele familiari e quindi della completa entrata nell'età adulta. Che questa uscita dalla famiglia corrisponda o meno alla creazione di una nuova famiglia (con o senza matrimonio), è l'atto di lasciare la casa parentale per andare a vivere per conto proprio che, generalmente, segna in maniera indelebile l'esistenza di ognuna. Non a caso, nelle società patriarcali o matriarcali, la patrilocalità o matrilocalità si accompagnava alla consegna di autorità lasciata al patriarca o alla matriarca (o alla coppia patriarca-matriarca come avveniva nelle grandi famiglie agricole della pianura Padana, governata da rezdor e rezdora), che vegliava sulla sorte di figli e figlie naturali o acquisiti fino alla sua stessa dipartita.

Quello tra donna e casa è quindi un rapporto che coinvolge non solo il problema pratico del dove abitare (e a quale titolo) ma coinvolge anche una serie di considerazioni relative allo status della donna stessa e, soprattutto, alla sua percezione di sé. [Continua.]

23 novembre 2005

L'orgoglio in una lacrima

Le lacrime della minsitra Stefania Prestigiacomo hanno fatto scandalo, vi ricordate? La storia andò così: dopo la bocciatura della norma relativa alle quote femminili nelle liste elettorali, la ministra (peraltro controversa per certune pubblicazioni del suo ministero) in sede di Consiglio dei ministri chiede che la norma venga reinserita; questo scatena un dibattito pare piuttosto caloroso, a seguito del quale Berlusconi decide di non introdurre nessun correttivo in questo senso, limitandosi a garantire a titolo personale a Prestigiacomo che tanto il suo partito quanto AN avrebbero /diciamocosì, a titolo privato) garantito una quota di candidate donne. A questo atteggaimento quantomeno condiscendente, Prestigiacomo esclama che a questione non è un suo capriccio "ma c'era un impegno preciso". Berlusconi no riesce a fare di meglio che rimbrottarla "Non fare la bambina", al ché Prestigiacomo, offesa, si mette a piangere.
Come spesso accade in questi casi, non pochi (anche donne!) hanno commentato che fare le "donne nel senso più debole del termine", ovvero usare le lacrime come "arma di ricatto morale" non sarebbe una buona politica. Fin qui la cronaca.
Onestamente, a me le lacrime di Stefania Prestigiacomo (e non solo le sue) tutto mi sembrano tranne ché una debolezza o un ricatto. Forse possono essere viste sotto questa ottica da chi si trascina a spasso una bella e lunga coda di paglia, ma le lacrime della ministra mi paiono piuttosto una bella testimonianza di umanità, ma anche di civile e comprensibole orgoglio oltraggiato. Diciamolo chiaro e tondo, se c'è una cosa di cui farei volentieri a meno sono le parole di vuota rassicurazione, la condiscendenza di cui troppi uomini fanno mostra trattando con le donne, la malinterpretata idea di parità che spinge alcune a voler essere più uomini degli uomini (magari proprio per cercare di evitare quella condiscendenza). Perstigiacomo, con le sue lacrime, ha risposto in maniera civile ed educato all'offensivo atteggiamento di sufficienza di Silvio Berlusconi, ma anche a tutte le occasioni in cui ognuna di noi si è sentita rimbrottare con le stesse parole. E l'ha fatto, evviva, da donna: senza volersi trasformare a tutti i costi in uno scaricatore di porto in sottana.
Perché, poi, le lacrime, l'atto di piangere dovrebbe essere meno dignitoso del sufficiente insultare proposto dal Presidente del Consiglio? Per quale motivo piangere dovrebbe essere atto vergognoso? Per quale motivo i signori uomini si dovrebbero sentire moralmente ricattati davanti a uno sfogo di emotività? Insisto, coda di paglia?

Quando gli incubi diventano realtà

La Cassandra, la Ministra-soprammobile, i deliri democristiani, la buona volontà.

Bell'idea voler tornare al proporzionale...