22 giugno 2005

Genitalia – riflessioni più o meno oziose sull'anatomia pelvica

Stamattina, a una certa ora, mi sono alzata e per prima cosa (cioè, seconda: la prima è fare pipì, ma non è importante) sono andata prima in camera a salutare mio nonno, poi in sala a salutare mia nonna. Dopo avere salutato, mi sono girata e ho scoperto che la televisione era accesa, e dallo schermo mi guardava un clitoride eretto grande come un pompelmo fotografato in primissimo piano. «Oh, figa!» ho pensato, notando che accanto al primo ce n'era un secondo, caratterizzato da gravi aderenze. Cioè, la mattina tipo alle nove meno un quarto, su Uno Mattina mostravano a tutto schermo due enormi immagini che illustravano l'«anatomia pelvica» di due donne, una sana e una pesantemente fimotica. Al mattino prima delle nove su Uno Mattina. Ci capiamo? Lungi dall'esserne scandalizzata, il mio secondo pensiero è stato «Chissà se avrebbero mostrato alla stessa maniera un cazzo sano e un cazzo fimotico».

Non è un pensiero ozioso, mi sono resa conto dopo. Di fatto c'è un'enorme differenza nel modo in cui i genitali femminili e maschili sono trattati dai media, ma nella maniera in cui sono percepiti, nella maniera in cui sono stati trattati financo dalla scienza.
Bene o male, la fica è sempre rappresentata in televisione, oggigiorno. In qualsivoglia show di qualsivoglia tipo c'è la fanciulla (spesso più di una) poco vestita che scondinzola mostrando le pudenda appena coperte da un tanga con sgambature ascellari. E questo provoca reazioni, è ovvio: Moige, basta la parola! Lo scandalo dilaga, ma continuano a dilagare anche le scosciate. E le scosciate alludono pesantemente, arrivano al limite massimo permesso dalla legge nei programmi televisivi nel suggerire il proprio sesso. Divengano portatrici di fica, tutto il loro corpo sta lì a circondare semplicemente la fica. Eppure, la fica resta ignota ai più, quando si passa alla conoscenza concreta. E non sto parlando di dettagli sofisticati di anatomia, sto parlando delle sue funzioni. Una quantità di persone ancora non sanno che cosa è, a cosa serve, dove sta e come si usa un clitoride. Quindi mostrare un primo piano del glande di un clitoride in televisione (sia pure in un contesto medico-scientifico) è totalmente neutro.
È altrettanto neutro mostrare un genitale maschile, a pari condizioni? Il primissimo piano del glande di un pene eretto, sia pure mostrato per illustrare la fimosi, sarebbe altrettanto neutro, al punto da passare inosservato (a Uno Mattina prima delle nove)? La morfologia del pene ci è tutt'altro che ignota, non secondariamente perché è un organo totalmente esterno (be', circa...), esposto e visibile. Una foto di quel tipo sarebbe immediatamente riconoscibile, e forse potrebbe essere anche ritenuta superflua da un divulgatore: tanto chi non ha mai visto un uccello?
Eppure, il pene vive una sorta di negazione. Non viene mostrato e raramente viene suggerito. I programmi televisivi non sono popolati da sedicenti ballerini in tanga succinti e fascianti, il nudo maschile nell'arte è più frequentemente nudo eroico che nudo erotico, nell'arte contemporanea è anche spesso nudo degradato, ma sono relativamente pochi gli artisti (e le artiste) che hanno proposto il nudo maschile come puro soggetto di bellezza e oggetto di desiderio, e non si da (per quanto ne sappia io) l'equivalente maschile del quadro di Courbet L'origine del mondo. Però un pene non desta scandalo, o quantomeno ne desta molto meno. È meno oltraggioso, casomai c'è chi lo ritiene "brutto" e pertanto indegno d'interesse.
Insomma, il cazzo è muto, taciuto e ignorato non meno della fica, ma per motivi opposti. L'una è oltraggiosa ma per quersto ricca di senso e significato. L'altro è banale al punto di nasconderlo per tedio (o per vergogna). La vagina, la fica, la passera, comunque la vogliate chiamare sempre e comunque richiama altro. È un potente simbolo, anzi uno dei simboli più potenti che a sua volta s'infrange e rispecchia in migliaia di altri simboli (dal cuore a quasi tutti i simboli che richiamano la terra, di cui il quadro citato è quasi un'allegoria). Ma sono speso simboli occulti: quanti conoscono la profonda similitudine tra la forma del cuoricino che da bambine mettevamo al posto del puntino sulle "i" e l'«anatomia pelvica femminile»?
Il sesso femminile quindi diventa sempre presente ma sempre nascosto, una sorta di corrente sotterranea che le culture (soprattutto occidentali) hanno rielaborato per depotenziare. E allo stesso tempo la fica ha potenziato il proprio potenziale provocatorio; è diventata quanto di più sovversivo esista nel corpo umano, ma proprio per questo è diventata anche quanto di più "inguardabile" esista.
Anche il pene è inguardabile (o forse sarebbe meglio dire invedibile), am per tutt'altre ragioni. La sua immagine è ampiamente negata, pur essendo presente anch'essa in infiniti simboli e segni (vedasi alla voce Una pallottola spuntata). Il pene non è proibito ma inutile da guardare. Ha perso il suo potenziale provocatorio da qualche parte e non fa più scandalo nè sollecita riflessione. Si limita a stare lì, un po' loffio (simbolicamente), un po' stantio nel suo essere per sempre compresso nel suo ruolo di trionfante rigidità. Come se si fosse già detto tutto sull'argomento. Forse avrebbe bisogno di un bel restyling d'immagine, di tornare ad essere provocatorio e intelligente. Insomma, nei limiti in cui una testa di cazzo (mma anche di clitoride) può essere intelligente!

17 giugno 2005

Riceviamo e volentieri pubblichiamo

pm10 (ovverosia Susan) manda questo messaggio proponendolo per la pubblicazione su Zia Rebecca. E noi pubblichiamo.

Ho capito cosa provo di fornte al terribile risultato del fallimento del referendum.
Sono ferita nell'orgoglio.
Sono ferita nel mio orgoglio di donna, e di femmina.
Non è una questione di femminismo, o forse si, cioè sarà una questione di femminismo – che brutta parola – fino a che bisognerà evidenziare che ci spettano dei diritti e che ce li devono dare (non concedere, si concede una grazia, e qui si parla di uguaglianza e di giustizia).
Già in linea generale trovo odioso dover puntualizzare le cose ovvie, trovo ancora più odioso dover puntalizzare dei diritti ovvi che spettano, e non solo a me, alle minoranze, a chi muore di fame, a chi non ha accesso alle cure mediche per l'AIDS in africa, agli animali maltrattati, in somma a tutte quelle maggioranze sofferenti soggiogate in un modo o nell'altro dalla minoranza dominante.
Ecco che quella minoranza dominante sia il WTO o la UE, o gli USA o chiunque io abbia vicino – e in questo caso è la maggioranza silenzionsa che non ha votato – ecco stavo per dire, quello mi fa prima venire voglia di piangere, e poi subito dopo voglia di reagire.

Chiedere il rispetto per le scelte fondamentali della vita umana, chiedere che nessuno si arroghi il diritto di decidere per me o per te o per chiunque altro.
Parliamo tanto di autodeterminazione dei popoli, o almeno una volta se ne parlava come fosse una cosa giusta, ora siamo invece alla guerra preventiva.
Siamo cresciuti andando al catechismo, moltissimi di noi, sentendo parlare del fatto che Dio ha lasciato il libero arbitrio agli uomini.
Sì e gli uomini si sono prodoigati per toglierlo agli uomini stessi e alle donne.
Non mi è mai piaciuta la militanza violenta e becera e con i paraocchi, né ai tempi dell'università e del collettivo gay, nè negli anni recenti nell'attivismo a favore del free software, né prima e sempre nel mio essere donna.
Perché essere donna è una militanza continua, e il mondo non mi lascia altra scelta. Ed è una cosa che io odio.

Se la UE e il WTO stanno andando in una direzione orrenda e trasformano le persone solo in consumatori da spremere, generatori di denaro da fare incassare alle multinazionali, da ingozzare con cibi di scarso valore e sottoposti ad ancora minori controlli di qualità. I nostri governanti sono guidati da un pazzo che si rifa i capelli finti prima in foto e poi a Lugano, affossa la ricerca medica, sabota deliberatamente l'università, destabilizza la vita dei suoi popolani inventandosi e propugnando i contratti a tempo determinato. E tutti assieme la maggioranza di governo si imbrodano di cattolicesimo alla bisogna, dopo aver divorziato almeno una volta a testa.
Sembra che la coerenza sia una merce sempre più rara, e l'arroganza una marea nera che invade le teste di tutti quelli che hanno la forza di respirare. E il primo loro sfogo è quello di dominare coloro che credono essere i più fragili. Non importa chi sono. Non importa quali sono le scelte imporranno con le loro decisioni: tanto loro non faranno mai i ricercatori universitari, ne loro ne i loro figli e tanto meno i loro nipoti. E se vorranno fare figli potranno sempre andare altrove, come altrove si va a farsi rifare i capelli, le pancie, le tette e el inseminazioni...

Cosa vogliono fare?
Che cosa stanno manovrando?
E soprattutto siamo sempre così pericolose in giro, libere, e financo quasi sovversive?
Perché una tattica cosi discriminante si attua solo contro un nemiconon contro la compagna di letto, la moglie, l'amante...

Qualcuno ha ancora un cervello...

Non poca cosa, di questi tempi.

Leggete quest'articolo, ed accendete il vostro.

08 giugno 2005

Anna dei miracoli

Non era una bellezza. Cioè, sì, una bella donna, ma no avrebbe mai vinto nessun premio di bellezza. Non le importava nemmeno, probabilmente, lei era Anne Bankroft. Era brava, bravissima, era forte e intelligente. Sapeva essere drammatica ma anche irresistibilmente divertente: non un'attrice comica,a ma da commedia sì. Quasi tutti la ricordano per quella gambia alzata a infilare la calza nera in faccia a Dustin Hoffmann. Io preferisco ricordarmela seduta sul divano con Jack Lemmon, una pala da neve tra loro due, nella scena finale di Prigioniero della Seconda Strada. Oppure con gli occhiali neri di Anna dei miracoli o alla guida del furgone scassato da hippie fuori tempo di Verso il sole. No, non la solita bellona da cinema americano. Invece era una donna vera, normale. L'avresti potutia incontrare ogni mattina sull'autobus o al supermercato o in libreria. Aveva anche diretto un film, Pastasciutta amore mio, una sorta di tripudio italoamericano con tanto di Dom De Louise che piangeva disperato dentro un'immane pentolone di sugo per la pasta. E soprattutto ci aveva infinitamente affascinate con le sue donne fatte come lei: forti e intelligenti senza perdere la tenerezza.

04 giugno 2005

Sul corpo delle donne

L'altra sera mi si è obiettato (a voce) «Ma come fanno le femministe a conciliare la loro posizione storicamente contraria alla procreazione assistita e il sostegno ai referendum?». Non è domanda peregrina, il movimento delle donne non guarda, generalmente, con occhio favorevole gli interventi sul corpo delle donne, soprattutto in questo campo.
La gravidanza pone tra uomini e donne una sorta di barriera insormontabile, una differenza radicale e non riducibile. Crea una parte sostanziale della differenza di genere (anche se questa non può essere ridotta a questione riproduttiva legata alla gravidanza). Di certo, per uan donna una gravidanza è qualcosa di più che un mettere in cantiere un figlio, come se lo si ordinasse in fabbrica. La gravidanza è parte di ogni corpo femminile, in termini di anatomia e in termini psicologici. Sia in positivo (gravidanza attesa, cercata, in corso, conclusa) sia in termini negativi (contraccezione, sterilità, menopausa). Dal momento del menarca la vita di ogni donna è legata a filo doppio all'ipotesi gravidanza, anche di quelle che, come me, hanno scelto di non avere figli.
Non solo, ma nel momento in cui si realizza, la gravidanza è per ogni donna un momento di intensa convivenza con il proprio corpo. La gravidanza, per una donna incinta, è il proprio corpo; l'embrione, feto e poi bambino ormai completo, pronto pe ressere partorito non è soltanto un ospite che chiede un passaggio per qualche mese: è il rpoprio corpo, come un braccio o una gamba. Anzi, ancora di più perché è una parte del corpo che sappiamo destinata ad essere orpo e individuo in quanto tale.
Nel pensiero femminista, questa fonte di differenza e questa esclusività del rapporto tra madre e futuro figlio ha un ruolo non sencondario. La diffidenza rispetto alla fecondazione assistita nasce da un rifiuto della meccanizzazione, industrializzazione di uno dei processi essenziali dell'umanità (la riproduzione e la maternità), che potrebbe rischiare di sminuire l'apporto femminile (e se c'è una cosa di cui non abbiamo bisogno è essere sminuite) in questo processo, che potrebbe ridurre la mare (e quindi ogni donna) a mero "autobus" per portare i bambini al mondo. Il "madrebus".
Ma allora perché non essere favorevoli a una legge che, di fatto, pone vincoli all'uso delle tecnologie riproduttive? Non dovrebbe essere, questa, una legge vista con favore dalle femministe? No, e il primo motivo sta esattamente in una frase scritta dalla Laura: «diventano diritti in più». Scegliere se usare queste tecnologie o meno sta a noi, sta a noi decidere per quali motivi e con quali modalità usarle o meno. Sta a noi creare una nuova culture della maternità, in cui da un alto sia valorizzata la maternità non come "sacrificio" o come "dovere" ma come strumento di realizzazione (e non solo di sé), ma in cui venga anche legittimato il diritto delle donne che non desiderano figli di non averne (quando dico che non desidero avere figli mi si guarda o come una traditrice della specie o come una povera ingenua che cambierà idea quando le squillerà in testa il campanello della sveglia biologica: ciccini, ho trentaquattro anni, se doveva suonare l'avrebbe già fatto!).
Ma c'è di più. Ci sono una serie di considerazioni molto concrete relative alla salute degli individui: madri, padri e figli, perché ci sono moltissimi casi in cui la fecondazione assistita è l'unica maniera di avere figli, o di avere figli sani. E c'è un problema di giurisdizione della donna sul prioprio corpo.
La legge 40/2005 impone strettoie rigidissime per l'accesso alla feondazione assistita. Queste strettorie si traducono da un lato nell'impossibilità di molte persone malate di avere figli (e di averli sani). Sostanzialmente, questa legge è eugenetica perché impedisce a persone varimanete malate di riprodursi. La sua applicazione può avere risvolti che la mettono sullo stesso piano delle politiche di sterilizzazione di massa per decreto operate su donne non volontarie (e che sono state praticate fino agli Settanta anche negli USA su donne appartenenti a minoranze etniche, soprattutto le minoranze etniche più "turbolente" e politicizzate: nativi americani e africani americani).
Ma, ancora peggio, dal nostro punto di vista, è l'ipoteca che questa legge mette sul diritto delle donne di decidere del prioprio corpo. Arriva al limite di violare la costituzione, quando sancisce il diritto all'autodeterminazione dei cittadini italiani. L'articolo 13 garantisce la libertà personale, e questa libertà investe anche il diritto delle donne a disporre del proprio corpo anche a fini procreativi. La legge 40/2004 «prevede una regolamentazione feroce del corpo femminile. Impone divieti e limiti che espongonoa gravi rischi la salute delle donne e riducono drasticamente le potenzialità insite nella libertà procreativa»¹.
Questa legge, inoltre, è pensata come un grimaldello contro una delle leggi cardine del diritto femminile al controllo della propria sessualità e riprodittuvità, la legge 194/1978 sull'interruzione volontaria della gravidanza. In più punti la legge 40/2004 si pone in conflitto con la 194/1978. Questo conflitto non è di per sé insanabile, ma le due leggi sono di segno così radicalmente diverso da essere scarsamente compatibili a livello culturale. la permanenza, soprattutto senza le correzoni apportate dai referendum, di questa legge nel nostro sistema giuridico marcherebbe un cambio di rotta drastico. In sé la legge non impedirebbe l'applicazione della 194/1978, ma sarebbe vista come sintomo di un'arretramento che si tradurrebbe in una offensiva verso la 194/1978. I segnali ci sono tutti, e da tempo alcuni parlano di una sua revisione. E cancellare la 194/1978 sarebbe porre la pietra tombale sul diritto delle donne a controllare il proprio corpo.
¹ GIUdIT – Giuriste d'Italia; il manifesto, 4/6/2005.

03 giugno 2005

...vecchie malattie

Se da un lato la legge 40/2004 impedisce agli studiosi italiani di contribuire (se non trasferendosi all'estero) alle ricerche sulle nuove terapie, dall'altro provoca direttamente un danno alla salute pubblica italiana. Questo avviene essenzialmente per mezzo di tre diversi meccanismi:
  1. una minore tutela della salute delle donne che vi si sottopongono;
  2. l'imposibilità di accedere alla fecondazione assistita da parte di coppie non sterili ma affette o portatrici di gravi malattie che si possono trasmettere all'embrione;
  3. la proibizione di praticare la diagnosi preimpianto rispetto a queste malattie.
1. La terapia di stimolazione ovarica a cui vengono sottoposte le donne per effettuare il prelievo degli ovuli necessari alla fecondazione assistita è pesante e potenzialmente dannosa per la salute della donna stessa. Abitaulmente questo rischio è contenuto entro limiti accettabili mediante il prelievo di numerosi ovuli e la creazione di diversi preembrioni, che vengono congelati e, mano a mano, uno a uno o due a due, impiantati. Nel caso (sufficientemente raro) che il primo o il secondo impianto attecchiscano, i restanti emrioni restano congelati in attesa di un nuovo impianto per una successiva gravidanza, oppure la madre può decidere di firmare una liberatoria che permette di usarli a scopo di ricerca medica. Questo almeno negli altri Paesi. Gli embrioni creati sono in genere in misura tale da dare (ragionevoli) garanzie che almeno un impianto abbia successo. Questo non significa escludere la necessità di praticare ulteriori stimolazioni, ma fornisce un margine di tempo sufficiente perché l'effetto della prima stimolazione sia stato assorbito prima di procedere a un secondo ciclo.
La legge 40/2004, imponendo di non creare più di tre embrioni e di impiantarli tutti ha come effetto che le stimolazioni ormonali dovranno essere ripetute, aumentado esponenzialmente i rischi per la salute che queste comportano. Ancora più grave: normalmente le coppie italiane costituiscono una famiglia piuttosto tardi, ancora più tardi decidono di avere figli e, di conseguenza, ancora più tardi si rendono conto che qualcosa non va. Per una donna italiana è piuttosto facile non rivogersi a un centro specializzato nella fertilità prima dei 35-38 anni. A questo punto non restano molti anni fertili per procedere all'inseminazione assistita. Laddove una donna giovane può decidere di sottoporsi ai cicli e ai conseguenti tentativi d'impianto a intervalli piuttosto lunghi, una donna più adulta può essere costretta a compiere le terapie a intervalli brevissimi, rendendo il tutto ancora più pericoloso.
2 e 3. Limitando l'accesso alla fecondazione assistita alle coppie certificatamente sterili, la legge, di fatto, impedisce alle coppie affette da numerose malattie genetiche o contagiose di avere figli sani. Le malattie sono numerosissime: dall'AIDS alla distrofia muscolare. Le persone affette o portatrici di queste malattie possono avere figli sani (o portatori sani) per via naturale, ma hanno un'elevatissima probabilità di concepire figli malati. E in genere queste sono malattie molto gravi, che pregiudicano se non la sopravvivenza almeno la qualità di vita delle persone.
Le malattie genetiche sono oltre cinque mila. In Italia le più difffuse sono la fibrosi cistica (un nato ogni 26 è malato o portatore sano) e la beta-talassemia (vale a dire l'anemia mediterranea, che riguarda 2,5 milioni di Italiani, concetrati soprattutto nel sud e sulle isole). In queste condizioni è estremamente facile che due persone portatrici sane della malattia, o una persona malata e una portatrice, si incontrino. In questi casi, i figli hanno una probabilità su quattro di nascere non solo portatori ma malati.
La diagnosi preimpianto è essenzialmente una biopsia eseguita prelevando un cellula dall'embrione di 3 giorni, che in questa fase è composto da 7-8 cellule non differenziate (le cellule si dividono in tempi diversi). La tecnica presenta dei rischi, e per questo viene praticata solo sugli embrioni potenzialmente malati (figli di persone malate o potratrici sane), ma questi rischi sono limitati a circa il 2% dei casi, laddove il rischio di avere un figlio malato con concepimento naturale (o artificiale senza diagnosi preimpianto) è pari al 25%.
L'alternativa all'uso di queste tecniche è quella di concepire il figlio per via naturale, e quindi di procedere a villocentesi (dall'undicesima settimana) o amniocentesi (dalla sediciesima settimana), e quindi decidere se sottoporsi ad aborto terapeutico, come autorizzato dalla legge 194. Un'aborto in una fase così avanzata della gravidanza è, operativamente, un parto indotto. Altamente traumatico sia sul piano fisico sial, soprattutto, sul piano psicologico. Non secondariamente perché, in genere, le donne che arrivano a chiedere un aborto terapeutico sono donne (e famiglie!) che non sono rimaste incinte per caso, ma hanno voluto, cercato la gravidanza e investito un enorme patrimonio di risorse psicologiche ed emotive nella gravidanza, nella speranza di un figlio.
Esistono, poi, malattie per cui la diagnosi preimpianto non è efficace, allo stadio attuale. In questi casi l'unica via d'uscita è il ricorso alla donazione di gameti. Oggi, in Italia, questa è vietata dalla legge 40/2004.