28 aprile 2005

Quattro sì al referendum

In merito al referendum sulla legge per la procreazione assistita magari può interessare questa trascrizione di un'intervista dell'Unità al professor Umberto Veronesi. Non mi sembra dica niente di particolarmente nuovo nè di sconcertante su questo tema, ma allo stesso tempo mi sembra che spieghi alcune questioni fondamentali con molta chiarezza e semplicità, cosa che - soprattutto in questo caso - non guasta. E soprattutto mette in evidenza le contraddizioni presenti nella legge.

Umberto Veronesi non ha dubbi: quella sulla procreazione assistita è una legge medievale (la definizione è del New York Times) «perché impone obblighi antichi». E il 12 giugno voterà sì, anzi quattro volte sì.
«Bisogna spiegare a chiunque, a tutti quelli che incontriamo, ci ascoltano, ci leggono, che bisogna votare e far votare contro questa legge sbagliata. E piena di contraddizioni».

14 aprile 2005

Una storia semplice

Una storia da Caravaggio (BG).

Dopo tante parole scritte e dette, dopo tante riflessioni dotte, la purezza di un racconto normale, di persone normali, che riportano la questione alle sue proporzioni. Lei e lei volevano un bambino, hanno speso 1100 euro per due dita di sperma. Hanno aspettato nove mesi. Il parto è stato difficile, la compagna non incinta ha pregato Madre Teresa.
Il bambino è nato ed ora sono mamme felici. Tutto qui.

Vorrei sapere cosa c'è di sbagliato in questa storia, perchè a me fila liscia come l'olio. Appunto una storia semplice.

11 aprile 2005

Pari o dispari

La questione già affrontata delle pari opportunità di accesso alla politica e più in generale al mondo del lavoro, oltre ad aver creato un simpatico ministero, continua ad alimentare discussioni.
Segnalo questo post dello Straniero di Elea perchè lancia una proposta inedita almeno per me.

"Classi separate di maschi e femmine, fino al termine della scuola superiore. Ne deriverebbe, per le ragazze, un più elevato livello di istruzione che le renderebbe, negli anni immediatamente successivi, decisamente più competitive dei coetanei sia nella ricerca di un lavoro sia nella prosecuzione degli studi a livello universitario."

Bah. Ringrazio il professore che, dall'alto della sua esperienza scolastica, ritiene le ragazze mediamente più mature dei loro coetanei maschi, ma non sono affascinata da questa soluzione.
Voglio partire dalla mia esperienza.
Elementari in classe mista anche se in scuola religiosa. Non mi pare che in media le bambine brillassero di maturità : c'erano bambine scolasticamente produttive e bambine somare, come del resto i bambini. No. Ci sto pensando ma non mi viene in mente niente che caratterizzasse l'una o l'altra categoria.
Medie nella stessa scuola in classe femminile. Gli anni peggiori della mia vita. Non dico solo per quello, certo, ma crediateci, non ha giovato.
Innanzitutto la diversità smorza, mentre un gruppo di uguali insieme finisce per estremizzare i difetti del gruppo. Non voglio dire le donne sono così o cosà, credo che succeda l'analogo anche nelle classi maschili, come accadevano le peggio cose in caserma.
Competizione portata all'eccesso fino allo scontro, con tanto di divisione fra le fan dell'una o dell'altra. Malignità, bugie. Non perdonavamo niente. Quella che non sapeva giocare ad un qualche sport, quella che non sapeva fare un tema, quella che vestiva male, quella che malauguratamente aveva un difetto fisico. Odii diventati guerre. E badate che eravamo in una scuola gestita da suore e tutte (o quasi) bambine della classe medio/alta. Non dicevamo parolacce, non frequentavamo persone poco per bene.
L'invida provata per le classi "normali" delle altre medie...
Liceo Scientifico statale. Una festa. L'ambiente decisamente più rilassato ti premetteva di essere te stessa. Avevi amici maschi con i quali finalmente confrontarti. Lo sa bene AmicaB che mi è stata compagna alle medie ed al liceo. Siamo andate subito per disperazione ma anche per reale affinità a cercare i maschi.
Non sogghignate, non in QUEL senso: nel senso che ci trovavamo molto meglio a passare il nostro tempo con loro che con quelle oche che ci siamo portate dietro dalle medie. Ci siamo fatte degli amici maschi che ci siamo portate dietro fino in fondo al liceo, per gli anni successivi ed alcuni fino ad ora. Non mi sono mai sentita limitata dalla presenza dei compagni maschi. Anzi. Decisamente il contrario. E poi, se penso che potevo essere costretta a passare altri 5 anni in una classe femminile penso che mi sarei sparata.
Mescolarsi è sempre la scelta migliore. Ora, lo so che non ci vogliamo sentir paragonare ad una minoranza (anche se purtroppo ne abbiamo in parte le caratteristiche) ma è un pò come formulare il pensiero di classi separate per gli italiani e gli stranieri ad esempio, quando, e penso che il professore non possa che darmi ragione, la conoscenza ed appunto il confronto è l'arma più affilata per combattere la discriminazione.

No, no ed ancora no. Senza contare i rischi di "specializzazione" che certe scuole correrebbero (non so e non voglio imparare a cucire!)
Voglio buone scuole per tutti e voglio che l'accesos sia loro garantito da parte di tutti. Intanto facciamoli studiare questi bimbi, poi vedremo cosa sapranno fare.

Per quanto riguarda la percentuale minima di partecipazione femminile alla vita politica temo che attualmente sia l'unico rimedio, anche se odioso, attuabile per ottenere le famose pari opportunità che hanno portato a tutto questo discorso. Idem se volessimo introdurre come in Norvegia, una percentuale minima femminile nei consigli di Amministrazione delle Società. Però prima andrebbe detassata la maternità per le imprese. Altrimenti la vedo dura.

Emancipazione classe 1961

Durante una recente cena fra colleghi, ci si chiede come mai il collega W. non sia venuto.
Il collega C. precisa: "Mi ha detto che non ce la faceva a starci dentro come orari, e poi doveva occuparsi delle bambine, far loro da mangiare".
La collega D., classe 1961 appunto, sbotta scandalizzata: "Eh gia'!! Fargli da mangiare!! E sua moglie che cosa fa??"

Non ci sono parole.

08 aprile 2005

Un giorno di primavera.

(Postilla a Un giorno d'estate.)
Parlare del referendum del 12 giugno? Discuterne? Ecco qui!

Venerdì 15 aprile 2005, ore 18:30, Libreria Claudiana, via Francesco Sforza 12/a:
L'inizio della vita - le sfide della bioetica e la posizione dei protestanti sul referendum.
Intervengono Sergio Rostagno, Maddalena Montalbano, Martin Ibarra.

(Per quel che so del posto, immagino che poi intervengano anche altre e altri. Anche a gamba tesa, quasi mai banalmente.)

Un assaggio: "Autonomia e responsabilità del singolo credente, nella consapevolezza che la famiglia non si basa unicamente sulla paternità e maternità biologica ma sulla relazione d'amore tra persone. Parte da qui la posizione dei protestanti sul referendum relativo alla procreazione medicalmente assistita."

07 aprile 2005

Un giorno d'estate

Il governo ha finalmente deciso la data in cui si terranno i referendum sulla legge contro la procreazione assistita; e l'ha fissata per il 12 giugno. Una data definita da più parti "balneare": in effetti, per quella data molti saranno già partiti per le ferie, anche perché ormai le scuole saranno finite. E si sa che se le ferie sono già prenotate, pochi rinunciano per andare a votare.
Una scelta, questa del governo, non casuale: molti dei ministri avevano preannunciato che il loro sforzo sarebbe stato teso a spostare la dta del referendum il più in là possibile. Si tratta di un modo come un altro per evitare che gli italiani votino contro quresta legge, che fuori dal Parlamento piace veramente a pochissimi. D'altro canto, anche il Vaticano, per bocca di suoi noti e imfluienti rappresentati, si era abbondamentemente schierato per l'astensione e questa data così tarda non può che fare piacere oltretevere.
Questa scelta dimostra che il governo ha timore che il referendum possa passare? Non sono certa. Megli ultimi anni tutti i referendum hanno avuto tra i votanti risultati che mettevano in luce un'Italia più aperta, laica e di sinistra rispetto a quella rappresentata in Parlamento, ma nessuno è riuscito a oltrepassare la fatidica soglia del quorum del 50% più uno dei voti.
Una disaffezione, questa per il voto referendario, che ha ragioni non solo nella propaganda fatta dalla destra (ricordate l'invito craxiano ad andare al mare?) ma anche e forse soprattutto nell'uso scriteriato fatto dai massimi sostenitori del metodo referendario: i Radicali. Il partito Radicale, negli utlimi vent'anni, ha proposto tornate referendarie di proporzioni enciclopediche e spesso su temi di difficile comprensione per i cittadini, mandando gli italiani a votare fino a una dozzina di schede per tornata. Gli ultimi referendum ad avere superato il quorum sono stati quelli del giugno 1995, con un modesto 58% (a fronte del quasi 90% di vontati fatto registrare dal referendum sul divorzio); da allora le percentuali dei votanti sono state comprese fra il 49% e il 30%. Praticamente nulla.
Per questo motivo e per l'importanza intrinseca del referendum, a mio avviso è necessario impegnarsi al massimo affinché gli italiani il 12 giugno vadano in massa a votare e votino sì alle proposte di abrogazione della legge contro la procreazione assistita. Stiamo vivendo un momento di forte arrestramento elettorale della destra, ma questo arretramento deve proseguire anche sul piano concreto con leggi che cancellino l'assoluta egemonia clerico-oscurantista nelle questioni sociali che da dieci anni a questa parte si è affermata anche ad opera del centrosinistra, sempre troppo pronto a chinare il capo a una vociante e scomposta minoranza retriva della società.
A fare le spese di questo arretramento sono state innanzitutto le donne, che si sono viste non solo bloccare tutte le iniziative di apertura e rinnovamento, ma hanno anche dovuto subire pesnati arretramenti nei diritti che parevano acquisiti a seguito delle lotte degli anni Settanta.
Per questo è necessario impegnarsi tutte al massimo, portare la proposta il più lontano possibile. È necessario informarsi e informare, creare materiali e fare capillarmente campagna perché tutti sappiano cosa questa legge significa per la libertà e la salute delle donne e non solo. È necessario fare uno sofrzo dal basso, aprire nuovi campi di dibattito e di confronto, non lasciarsi sfuggire nessuna occasione per denunciare questa legge che ci pone, di fatto, fuori dall'Europa e dal mondo moderno. per questo è necessario che ogni donna si metta in gioco in prima persona per fare cadere questa legge, e con questa caduta apriore una nuova stagione di iniziativa. Per le donne e non solo per le donne.

06 aprile 2005

E due!!!

Non posso esimermi in questa sede dall'augurare di cuore un "buon lavoro" alla seconda presidentessa di Regione in Italia dopo Maria Rita Lorenzetti.
...nonchè naturalmente dal ringraziare tutte le Rebecche piemontesi che l'hanno votata.

VAI MERCEDES!!!!

04 aprile 2005

Piume.

Feathers porta una gonna in cui sta più comoda di quanto il fucile stia comodo nelle mani dello sceriffo John T. (stands for trouble) Chance, che poi è John Wayne. Feathers ride senza essere sguaiata dello sceriffo che cerca senza troppo successo di discutere di un vistoso paio di mutandoni femminili con il suo amico, il gestore dell'albergo. Feathers vuole farsi un bagno: non come una bambina vuole un nuovo giocattolo, non come una signora pretende qualcosa senza cui non sa concepire il mondo. Feathers è bloccata per un giorno a Presidio, Texas; sulla corriera non ci sono vasche da bagno e lei considera l'occasione come una gatta considera una farfalla che le svolazza accanto. Feathers è anche bellissima, ma fidatevi: è un dettaglio trascurabile. Feathers gioca a carte. Anzi: Feathers dà le carte, al tavolo da poker.

Prima di lei si sono viste un paio di prostitute e due passanti (una messicana timida e una signora impettita) di scenografia; e la moglie dell'albergatore - deliziosa come può esserlo una Mirandolina sposata.

Feathers dà le carte. E vince.

Intanto John T. e il resto del film (che è stupendo, e molto saggio) stanno andando avanti. Feathers non ha bisogno che la storia giri intorno a lei.

John T. non riesce a non guardare il mazzo di carte che stava poco prima al tavolo del poker. John T. non ha visto molte donne capaci di giocare con i maschi, non senza trucchi, probabilmente; e poi c'è un avviso a proposito di un baro, viaggia con una ragazza che giocherella con la sua stola di piume.

Feathers è la ragazza. E gli chiede di esibire prove concrete.

Allora, qui vorrei ricordarvi che lo sceriffo è John Wayne, che sta rischiando la sua vita per far incolpare di omicidio per futili motivi un figliodipapà idiota avendo come aiutanti solo un vecchietto sciancato e un ex-vicesceriffo alcolista, che insomma è uno per cui non puoi non parteggiare e che c'ha più carisma che anima.

Feathers lo mette al tappeto. Salvato in corner dall'annuncio che il baro è stato trovato ed è un altro (ma è un dettaglio di trama). Feathers non deve dimostrare di essere innocente. Feathers non deve esigere scuse: è il ragazzino appena arrivato in paese che manda a John T. a fargliele. E quando il volonteroso sceriffo le consiglia di smettere di giocare a carte e di portare la stola di piume: Lo farei se fossi il tipo di donna che lei pensa. K.O..

Feathers si innamora, ovvio, di John T.. Meno ovvio, Feathers non ha bisogno che John T. si innamori di lei. Feathers non si fa imporre l'andare o il restare imbottigliata a Presidio, Texas. Feathers ci sarà ogni volta che lui avrà bisogno, finché lui avrà bisogno: perché lei c'era prima di lui tanto quanto lui prima di lei. Feathers dà una mano quando serve qualcuno che sappia fare la barba, Feathers piglia per i fondelli John T.; Feathers sa giocare come one of the guys perché non dubita per un istante del suo essere donna. Feathers veglia (con un fucile) sul sonno di John T. e gli offre da bere; lui la porta in braccio nella camera da letto in cui lei l'ha invitato.

Feathers aiuta anche a salvare la vita di John T.. Feathers non è il tipo della vergine guerriera, è straordinaria anche senza essere capace di tutto. Quindi si riprende dagli spari a distanza ravvicinata mandando giù tre bicchierini a fila, sminuendo il suo ruolo nel fatto, mettendo l'eroico sceriffo di fronte all'egocentrismo del suo eroismo e ridendo di se stessa mentre lo fa - Feathers non ha paura di mostrare la sua saggezza e non ha paura di nasconderla. Feathers ha qualcosa che la fa camminare dritta anche quando è mezza ubriaca, e non è il bustino. È Feathers.

Quando la situazione arriva al punto di crisi, Feathers c'è. Nella quiete prima della tempesta si gode i suoi baci; quando c'è bisogno fa la cosa più sensata con grazia tranquilla; Feathers saprebbe sopravvivere anche se John T. morisse. E Feathers ama John T.. Poi, Feathers non spara (d'altra parte John T. non gioca a carte); quando in mezzo alle pallottole il ragazzino evoca l'improbabile possibilità di un suo arrivo a dare una mano tutti sentono la sua mancanza, ché Feathers sa essere ben più che solo una Penelope o una Madonna ispiratrice.

Ah, i nostri eroi vincono. E siamo all'ultima scena.

Feathers ha un vestito che vuol dire solo che il suo precedente lavoro era, a farla breve, di prostuituta. Feathers ha la dignità di non andar fiera di tutta la sua vita e di non vergognarsi di un istante. Feathers dice la frase che dicono tutte le donne dei film di Howard Hawks: I'm hard to get. Feathers si fa prendere, ed è difficile da afferrare. Feathers sa far dire a John T. che la ama e non ha bisogno che lui lo dica e non desidera altro e non ha paura di dichiararlo.

Feathers è fine, mentre le sue calze volano giù dalla finestra.

Lieve come una piuma.

(Postilla: dietro le parole di Feathers c'è questa donna. Non è poco.)

02 aprile 2005

Luce dei miei occhi

Qualche giorno fa sono andata a fare una visita optometrica, per rifare gli occhiali. Mentre aspettavo che l'optometrista mi chiamasse, ho raccolto un pieghevolino da un tavolino e l'ho cominciato a leggere.
Parlava del fatto che pggi i nostri occhi sono costretti a uno stress superiore rispetto a un tempo. Diceva come solo da poche generazioni il lavoro abbia cominciato ad avvenire prevalemtenemten a distanza di lettura, anziché a lunga distanza. In sostanza, dicev il pieghevole, fino a qualche generazione fa, i nostri occhi lavoravano prevalentemente a lunga distanza, usavano prevalentemente la vista da lontano, per cacciare gli animali che bel belli si pascevano nella foresta.
Aspetta: fino a non troppe generazioni fa campavamo di pura caccia? Mumble... Sì, fino a qualche generazione fa si viveva di caccia e raccolta. Quindi c'era chi cacciava. E scrutava la foresta cercando cerbiatti e coniglietti da spiedare.
Poi c'erano le donne che raccoglievano frutti e radici. Preparavano il cibo per il consumo e la conservazione. Trattavano le pelli e ne facevano abiti. E quant'altro. Tutte attività che si svolgono a distanza di lettura o appena più lontano. Cioè, le nsotre pro-pro-pro-pro (sì, come quelli di Pippo) magari non sapevano neppure leggere il proprio nome, ma passavano giornate intere a cucire o sferruzzare abiti per se stesse e gli uomini della famiglia. Oppure a sgranare pannocchie o fagioli. Sicuramente era un tipo di lavoro meno stressante che guardare per otto ore al giorno un monitor, ma non era certo un lavoro da fare a lunga distanza.
Il succo sta nel fatto che, caro il mio signor optometrista, che gli uomini masculi usassero fondamentalmente la vista a lunga distanza può essere dubbio ma non irrealistico, ma le donne... Insomma, la "maschiocentricità" salta fuori nelle maniere più inconsulte e impreviste, anche nei pieghevolini dell'ottico!