29 marzo 2005

Donne con le gonne

Stamattina venendo al lavoro ascoltavo RTL 102.5, trasmissione "Non stop news". La conduttrice ci rende partecipi di un'e-mail ricevuta da un ascoltatore: "Perche' le donne di oggi non indossano piu' le gonne?".
Potevano buttare la mail nel cestino, invece hanno deciso di interpellare tale Giusy Ferre' del Corriere della Sera, giornalista di moda. La quale ha ovviamente detto che non e' vero che le donne non indossano piu' le gonne, infatti le collezioni primaverili recentemente presentate sono piene di gonne, in particolare capi vaporosi e voluminosi, quindi ragazze accantonate i pantaloni e andate immediatamente a comprarvi delle gonne.
Vaporose e voluminose, mi raccomando, che sono l'ideale per prendere la metropolitana al volo o guidare stile videogioco nel traffico cittadino. Inoltre, io non credo che la presenza di un capo nelle collezioni d'alta moda significhi che la gente lo indossa nella vita quotidiana.

La perla arriva poco dopo dal conduttore, costretto a domandare che differenza ci sia nel modo di porsi di una donna, anche a livello psicologico, quando indossa una gonna oppure dei pantaloni. Domanda che sarebbe gia' stata cretina se fatta a uno/a psicologo/a, figuriamoci a una giornalista di moda. La risposta e' stata, naturalmente, sciocca: il modo di porsi e' differente perche' differente e' il modo di camminare, piu' ancheggiante e seducente in gonna, piu' marziale in pantaloni.
Vorrei che la signora Ferre' venisse al mio paese a vedere "Tota Pina", efficientissima segretaria ormai in pensione, che ha sempre indossato gonne marciando con passo militaresco; oppure la invito a esaminare dei filmati in cui si possa ammirare la tennista Gabriela Sabatini far dondolare il suo gonnellino con l'incedere di John Wayne. Tutto cio' da confrontarsi con la grazia di Nicole Kidman in "Da morire", mentre ondeggia e danza sensualissima in pantaloni.
La camminata, secondo me, piu' che dagli abiti e' influenzata dal tipo di calzature: ma su questo argomento credo faranno un'altra trasmissione :-)

Il fatto che le donne indossino prevalentemente pantaloni perche' sono infinitamente piu' pratici pare troppo banale. Io sono una pantalon-dipendente perche':
danno maggiore liberta' di movimento;
in inverno tengono piu' caldo, in estate evitano che le cosce sudaticce si appiccichino assieme;
consentono di non preoccuparsi troppo della depilazione;
permettono di indossare i famigerati gambaletti, che saranno pure antierotici ma vincono il trofeo della comodita' (insieme a calzette e calzini di cotone e/o lana).

Non credo che abbia valore (almeno, non piu') la speculazione sociologica secondo la quale le donne indosserebbero i pantaloni per senso di rivincita nei confronti del maschio, per comunicare che anche loro possono/vogliono dominare. Puo' essere stato cosi' un tempo, quando finalmente noi femmine abbiamo avuto la possibilita' di scegliere cosa metterci addosso. In questo campo, la parita' e' ancora lontana: perche' un uomo non puo' indossare la gonna, a meno di essere uno scozzese in costume tradizionale? :-)

25 marzo 2005

Quesito elettorale

Siccome mi hanno detto che in questo blog circolano delle (post)femministe, mi sembrate accreditate per porvi un quesito che da sempre mi tormenta.
E' giusto o no imporre per legge delle percentuali femminili minime nelle rappresentanze parlamentari? O, se non nelle rappresentanze, magari nel numero dei candidati da votare?
Ho fatto caso alle liste dei DS alle Europee (essendo presidente di seggio avevo molto tempo utile per guardarle). Mi ricordo che alle ultime elezioni le donne erano l'esatto 50% dei candidati: evidentemente si erano dati una regola interna.
Era l'unico partito che aveva questa particolarità, gli altri presentavano come sempre la stragrande maggioranza di uomini, con punte imbarazzanti se non sbaglio in AN.
A queste regionali non è così nemmeno per i DS, ma non vorrei che dipenda dal metodo delle primarie che ha sconvolto le carte in tavola. Non so se i nominativi votabili alle primarie rispettavano le percentuali del 50 e 50. Posso dire che a Pistoia si, ma non so dalle altre parti.
Insomma: è ragionevole o no costringere un partito, una coalizione oppure a valle un parlamento a contenere una percentuale fissa di donne (il 50% a questo punto potrebbe avere un senso, nè di più nè di meno, secondo me) oppure è una gran vaccata?
E' giusto per incentivare la rappresentanza femminile?
E' giusto perchè è vera democrazia?
E' sbagliato perchè è umiliante mentre le donne certe conquiste se le devono ottenere da sole?
E' sbagliato perchè democrazia è libertà di presentare e votare chi si vuole?

Veramente non so.

21 marzo 2005

Equilibri maschio/femmina in famiglia

I miei genitori sono coetanei, classe 1942. Si sono sposati all'eta' di 26 anni; convivono da 37 anni e ancora mio padre non sa dove siano riposti i suoi indumenti.
Quando fa il bagno, mia madre gli appronta la biancheria pulita. Ma non lo fa come gesto amorevole: le pesa, lo fa sbuffando, poi si lamenta con me.
Si maledice per avergli dato quest'abitudine.

Mia madre cucina, sparecchia, rigoverna tutti i santi giorni. Persino quando e' malata, se e' in grado di stare in piedi.
Recentemente ha avuto l'influenza: le ho vietato di alzare un dito, le ho detto di lasciar accumulare per la sera, quando io e mio fratello (di quasi 34 anni) rientriamo dal lavoro e mio padre dal volontariato in Croce Rossa.
I primi due giorni le cose sono filate abbastanza lisce: io lavavo i piatti, mio fratello sparecchiava e mio padre portava la spazzatura. La sera dopo mio padre lavava i piatti, io sparecchiavo, a mio fratello la spazzatura.
La terza sera sono andata in piscina.
Al mio rientro ho trovato la tavola ancora apparecchiata della cena dei due maschietti e mia mamma, febbricitante, avvolta nel golfone di lana, che metteva insieme la mia cena con l'intenzione di rigovernare una volta che io avessi finito di mangiare.
Mi sono incazzata come una iena, ma non ho potuto fare lo shampoo a nessuno perche' mio fratello era uscito e mio padre dormiva sul sofa'. Ho mandato mamma a letto, ho badato alla mia cena e poi ho lavato i piatti, chiedendomi se il menefreghismo di mio padre e mio fratello affondasse le sue radici nelle cattive abitudini, nel maschilismo o semplicemente nella stronzaggine.
O forse in tutte queste cose...?

Io e il mio fidanzato abitiamo distanti e possiamo vederci solo nel fine settimana, durante il quale viviamo come coppia a casa dei suoi (o in citta', o in collina). Sebbene coi limiti dovuti al fatto che la casa non e' "impostata" da noi, abbiamo gia' una certa armonia domestica.
Cucino io, perche' sono piu' pratica: lui mi aiuta se mi serve qualcosa. Poi, dato che io ho cucinato, rigoverna. Quando siamo in vacanza, ognuno lava la propria biancheria sporca: se capita che uno lavi per entrambi, l'altro fa qualcos'altro per entrambi.
Venuti a conoscenza di questo nostro equilibrio, i mie genitori (tutti e due!!!) si sono quasi scandalizzati: "Ma che carabiniera che sei, lo fai filare, eh!!" Increduli che tale disponiblita' a condividere le faccende di casa potesse essere sorta spontaneamente nel mio ragazzo.

A voi i commenti.

Maternità (qualcosa di personale)

al di là della politica, ma ispirata dagli aspetti personali e "fisici" toccati dal post di Typesetter e da qualcosa che sta avvenendo nella mia vita, da qualche tempo mi pongo, in termini ampiamente esistenziali, il problema di non avere figli. di aver chiuso la fabbrica, diciamo. una ha un bel dirsi che va bene, che i figli non li vuole perché il mondo è bbbrutto, perché comunque è tardi e non c'è accanto un compagno giusto, e quindi va bene e la scelta è serena. purtoppo devo ammettere che non è affatto così. dev'essere proprio vero che la ragione etologica ultima del nostro essere al mondo sia la riproduzione della specie, dato che il venir meno a questo compito ancestrale sembra generare, prima o poi, uno strazio inaspettato. almeno, così è per me: una terribile consapevolezza, lungamente rimossa, che mi fa sentire sterile e vuota, sprecata, tagliata fuori come un ramo secco, e con la quale dovrò venire a patti da sola. in un certo senso è come essere in menopausa senza ancora esserlo, dato che la non più rimandabile scelta esistenziale di fatto anticipa quella della natura; e del resto è lontanissima dalla mia mentalità l'idea di concepire un figlio/a "qualsiasi", per curiosità od egoismo, progettando per lui/lei una vita senza padre di default. ho sempre pensato che i figli non si facciano con chiunque sia al nostro fianco solo perché in quel momento la natura ci chiede di rispettare un appuntamento; che un bambino meriti di essere scelto, se possibile, e concepito da una coppia come un progetto da coltivare insieme. forse sono stata troppo romantica. quello che è certo è che il momento in cui non ho più potuto evitare di capire che quella parte di me non avrà mai vita, il momento della cruda inesorabile verità, è stato - ancora è - molto difficile da razionalizzare e superare.

Referendum per tutte

La nascita di questo blog capita a fagiolo, proprio a ridosso della scadenza referedaria che propone all'esame degli italiani i quattro quesiti sulla legge contro la fecondazione assistita (legge 40).
A proposito di questa legge, mi è capitato di riflettere che essa impone un competo cambio di fronte nella battaglia per il controllo del nostro corpo, della nostra sessualità. Infatti, fino a non molti anni fa, gli sforzi in quest'area erano integralmente diretti all'affermazione del diritto delle donne di non avere figli se non li volevano. La battaglia antica per il controllo delle nascite e quella più recente per l'accesso all'interruzione volontaria della gravidanza hanno imposto esattamente qusta prospettiva. Per oltre un secolo siamos tate abituate a concepire il controllo del nostro corpo (e quindi della nostra riproduzione) in termini di possibilità di non avere figli non voluti.
Col la legge 40, la maggioranza di centrodestra ha completamente ribaltato questa prospettiva. Il problema, in questo caso, non è permettere alle donne di nona vere figli se indesiderati; il problema diventa permettere alle donne (e per estensione ai loro partner) di avere figli se li desiderano. La campagna in questione assume un tono vagamente paradossale: se per anni ci siamo dovute battere per non restare incinte, adesso dobbiamo batterci per restarlo. Ma c'è differenza tra le due prospettive?
In realtà le due prospettive, così apparentemente opposte, si uniscono in un unico grande problema, che è quello del diritto delle donne di decidere che cosa fare del proprio corpo e della propria vita. L'avere o meno un figlio è una decisione che coinvolge l'intera persona femminile in una maniera che per gli uomini è nemmeno lontanamente concepibile. Innanzitutto, la gravidanza avviene all'interno del nostro corpo. Non è un dettaglio privo di importanza: la decisione di concepire un figlio, che sia presa in accordo con un@ partner, che sia presa in autonomia, è calcolata da una donna in manera diversa che da un uomo proprio, innanzitutto, per l'esistenza della gravidanza, di quel periodo di nove mesi in cui il corpo viene "coabitato" da un progetto di persona altra da noi. Questo crea, anche per il seguito della vita, un legame particolare che la madre sente per il/la figli@, una sorta di cordone ombelicale psicologico che ben più difficile da rescindere di quello fisico.
In secondo luogo, la struttura stessa della società soinge la madre a un rapporto più intenso con i figli. Per una donna la gravidanza pone normalmente oneri maggiori che per il padre, e nello scegliere se fare figli o meno (e quando farli) vengono valutate anche altre eventualità, come la capacità di mantenerlo se la relazione con il partner cessasse, nonché con il cambio fradicale di tempi e modi di vita che l'avere dei figli (in questa società) impone anche ai padri, ma soprattutto alle madri.
Quindi, il controllo del corpo (e della riproduzione) diventa controllo sull'intera nostra vita, dato che l'esito di una gravidanza ce la condizionerà in permanenza. Diventa controllo sulle prospettive professionali ed economiche, sulla vita sociale, sulla vita familiare, sul benessere.
Quest premesse (unite alle inclinazioni personali) condizionano la scelta di ogni donna, la indirizzano verso la riproduzione o meno e dettano tempi e modi per l'avere un figlio. Qualsiasi norma che impedisca alle donne l'accesso alla riproduzione consapevole e responsabile, che quindi limiti le loro possibilità di scelta sul se e quando (e come, e con chi) avere figli, in realtà impedisce alle donne il controllo di corpo e vita. Questa legge, che pare toccare così poche di noi (ma chi di noi non conosce almeno una coppia che sia dovuta ricorrere all'inseminazione artificale?), in realtà tocca tutte, perché mette per tutte sotto tutela questo diritto fondamentale alla scelta libera e consapevole.
La legge 40 non si limita, quindi, a porre limiti alle possibiltà di accesso alla PMA per le coppie con problemi di infertilità (e a impedirne l'accesso tout-court alle donne che non vivono all'interno di una coppia "standard"), nè si limita a imporre alle donne che possono comunque sottoporsi alla PMA un regime estremamente duro di cure ormonali ripetute oltre il necessario. Questa legge colpisce ognuna di noi, anche quelle di noi che hanno avuto figli in maniera "naturale o che non hanno nè vogliono figli. Colpisce il nostro fondamentale diritto dis cegliere e decidere per noi stesse.

18 marzo 2005

sun arivà co' mì. (pensate a me come la montagnina della pubblicità della panda - torino 2006 - gli yeti della nazionale giamaicana di bob).

Post ipotetico

Vabbeh, ma allora ditelo.
Avevo scritto un lungo post delirante. In sintesi (dico sul serio) esprimevo un semplice concetto: non era decisamente il giorno giusto per postare qualcosa. Infatti spiegavo di essere stata 10 minuti buoni a cercare di capire come aggiungermi al blog. Finchè non mi sono ricordata di aver ricevuto un email di invito. Insomma bastava seguire il link. Una tristezza infinita. Eppure... eppure in fondo non ero ancora sicura di essere riuscita nell'operazione, quindi avevo deciso di postare un post di prova. Un post che, viste le premesse di cui sopra, non avrebbe mai dovuto essere scritto e perciò - in linea con la mia consapevolezza - chiedevo di non considerare un post regolamentare a tutti gli effetti. Un post di prova, appunto. Una banalità. Il fatto è che le forze oscure di blogger devono avermi presa particolarmente sul serio (ma vi pare possibile un'assurdità del genere?) e quindi devono aver pensato bene di non farlo apparire proprio. Così quando diligente e speranzosa sono andata a cliccare sul pulsante publish post, il sistema ha pubblicato un bellissimo post vuoto. Una bellezza.
A pensarci bene, però, forse era meglio lasciarlo vuoto il post. Per il bene della vostra salute mentale, intendo. E anche della mia.

17 marzo 2005

Anche restodelmondo ci prova...

...a scrivere qualcosa, intendo. :-)